L’ultimo report “Ricerca di Mercato 2025 – Status dei Data Center in Italia” dell’IDA (Italian Datacenter Association) fotografa un settore in piena accelerazione, trainato dagli hyperscaler e dall’onda lunga dell’AI. Crescono capacità, investimenti e occupazione; restano da sciogliere colli di bottiglia autorizzativi ed energetici. E Milano, prossimo alla “saturazione virtuale”, non potrà essere l’unico baricentro.
L’Italia si prepara a un’imponente ondata di investimenti nel settore dei data center, con una previsione di spesa di 21,8 miliardi di euro nei prossimi cinque anni per la costruzione e l’allestimento di nuove “fabbriche di dati”. È quanto emerge dalla “Ricerca di Mercato 2025 Status dei Data Center in Italia”, il nuovo report dell’Associazione Italiana Data Center (IDA), presentato a Roma durante il “Data Center Symposium”. Il documento fotografa un settore in rapidissima ascesa, proiettando il Paese a diventare un hub digitale strategico nel cuore del Mediterraneo.
Un’accelerazione che racconta di trasformazione e possibilità
C’è una rivoluzione silenziosa che sta ridisegnando il panorama infrastrutturale italiano, e forse non ce ne stiamo accorgendo abbastanza. La “Ricerca di Mercato 2025 Status dei Data Center in Italia” presentata da IDA (Associazione Italiana Data Center) al Data Center Symposium di Roma ci racconta di un Paese che sta finalmente abbracciando il suo destino digitale, con numeri che invitano a riflettere non solo sulla crescita economica, ma sul tipo di futuro che stiamo costruendo insieme.
Ma cosa significa veramente per l’Italia vedere la potenza dei data center passare dai 287 MW del 2024 a oltre 1 GW nel 2028, per raggiungere i 2 GW nel 2031? Non si tratta solo di freddi megawatt o di investimenti miliardari. È la storia di una trasformazione che tocca il modo in cui lavoriamo, comunichiamo, educhiamo, facciamo business e facciamo crescere il nostro Paese.
Il momento della svolta: quando i numeri diventano opportunità
La spesa complessiva per la costruzione e l’allestimento dei Data Center raggiungerà i 21,8 miliardi di euro entro cinque anni, senza considerare i costi per le apparecchiature IT e le spese operative. Ma cosa c’è dietro questi investimenti colossali? C’è la consapevolezza che il digitale non è più un’opzione, ma il tessuto connettivo della nostra società. E c’è qualcosa di ancora più profondo: la volontà di non essere solo utilizzatori passivi di tecnologie altrui, ma protagonisti attivi della trasformazione digitale globale.
Nel 2024 la capacità complessiva ha toccato i 287 MW, registrando un incremento del 6% sull’anno precedente. Potrebbe sembrare una crescita modesta, ma è solo la calma prima della tempesta. Attualmente sono in corso attività di costruzione per 343 MW e l’analisi IDA indica che altri 1.684 MW sono già pianificati.
Microsoft ha già raddoppiato gli investimenti in Italia a 10 miliardi di euro tra il 2025 e il 2026 e Amazon Web Services ha annunciato 1,2 miliardi per ampliare la regione AWS. Non sono solo numeri: sono dichiarazioni di fiducia nel potenziale italiano, nel nostro capitale umano, nella nostra capacità di essere snodo strategico nel Mediterraneo digitale.
Milano e oltre: la geografia che cambia
C’è una lezione importante nella geografia dei data center italiani. Milano resta certamente il principale polo dei data center in Italia, grazie alla concentrazione di infrastrutture, connettività e competenze, ma la storia non finisce qui. La costruzione di nuove availability zone in varie regioni italiane consente di migliorare prestazioni, efficienza e sovranità dei dati, oltre a stimolare la creazione di hub locali.
Pensiamo a Genova e Palermo che si candidano come snodi strategici, insieme a Barcellona e Creta, in un ecosistema interconnesso che rafforza la posizione del Sud Europa nel traffico globale dei dati. Non è solo decentramento: è la creazione di un’Italia digitale policentrica, dove ogni territorio può trovare il suo ruolo nella nuova economia.
La capacità dei cavi sottomarini nel Mediterraneo, che crescerà di dieci volte nei prossimi cinque anni, trasforma il nostro mare in un’autostrada digitale. E noi siamo al centro di questo crocevia, con la responsabilità e l’opportunità di gestirne i flussi.
Le persone al centro: il capitale umano della rivoluzione digitale
Ma parliamo di quello che davvero conta: le persone. I data center in colocation e hyperscale attualmente impiegano circa 1.200 unità lavorative a tempo pieno ed entro il 2029 questo numero si avvicinerà a 6.000. La filiera impiega oggi quasi 14.000 unità tra costruzione, installazione, sicurezza e servizi.
Non sono solo posti di lavoro: sono nuove professionalità, competenze che prima non esistevano, opportunità per i nostri giovani di costruire carriere nel cuore pulsante dell’economia digitale. Come ha sottolineato Carlotta Matteja, Presidentessa del Comitato Tecnico Education IDA, “Oggi i Data Center non sono solo il motore della digital economy, ma un potente driver per lo sviluppo di nuove professionalità, che richiedono competenze sempre più specializzate e aggiornate“.
I nodi da sciogliere: una sfida collettiva
Sherif Rizkalla, presidente di IDA, ci invita a guardare oltre l’entusiasmo dei numeri. “I principali nodi da sciogliere restano quelli legati ai tempi e alla complessità dei procedimenti autorizzativi, che oggi possono variare sensibilmente da un territorio all’altro“. È una chiamata alla responsabilità condivisa: istituzioni, imprese, comunità locali devono lavorare insieme per rimuovere gli ostacoli burocratici che rischiano di rallentare questa trasformazione.
La mancanza di un codice Ateco per i data center, ad oggi considerati dei ‘capannoni industriali’, è uno dei problemi al centro delle proposte arrivate in Parlamento. Sembra un dettaglio tecnico, ma nasconde una questione fondamentale: riconoscere i data center per quello che sono veramente, infrastrutture strategiche per il futuro del Paese, non semplici edifici industriali.
Il Polo Strategico Nazionale: sovranità e innovazione
“Il settore pubblico sta attuando l’ambizioso piano del Polo Strategico Nazionale. Un progetto che porterà alla creazione di quattro principali data center nazionali in colocation, alcune decine di hub regionali e a un’adozione crescente del cloud“, ricorda Rizkalla. È la dimostrazione che la trasformazione digitale non riguarda solo il settore privato, ma è una sfida che coinvolge l’intera architettura dello Stato.
L’obiettivo è consolidare oltre 1.200 piccoli Ced (centri elaborazione dati) in strutture moderne e scalabili. Non è solo efficienza: è la costruzione di una sovranità digitale che ci permetta di gestire i nostri dati, le nostre informazioni sensibili, con la sicurezza e l’autonomia che un Paese moderno richiede.
L’intelligenza artificiale come catalizzatore
L’adozione dell’IA non solo sta accelerando il time-to-market degli investimenti, ma sta anche generando una maggiore richiesta di energia e densità energetica, potenzialmente introducendo una nuova classe di prodotti data center. L’intelligenza artificiale non è solo un’applicazione che gira nei data center: sta ridefinendo la loro stessa natura, le loro esigenze, le loro potenzialità.
La presenza al Data Center Symposium del Ministro delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT), Adolfo Urso, e del Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), Gilberto Pichetto Fratin, non è stata solo protocollare. Laura D’Aprile, Capo Dipartimento Sviluppo Sostenibile del MASE, ha spiegato che “il MASE ha proposto, all’interno del decreto legge energia, un iter semplificato ed accelerato, che prevede un procedimento di autorizzazione unica da concludersi entro dieci mesi“.
È un segnale importante: le istituzioni hanno compreso che non si può più rimandare. La competizione globale per attrarre investimenti in data center è feroce, e l’Italia deve muoversi velocemente per non perdere il treno della trasformazione digitale.

